Si è conclusa la quattordicesima campagna di scavo della Missione Archeologica Italiana in Anatolia Centrale a Uşaklı Höyük. Sulla sommità della cittadella sono riaffiorati i resti di un edificio distrutto da un incendio: forse le prime tracce di una rioccupazione monumentale del sito, secoli dopo l’abbandono degli edifici pubblici ittiti. Nell’area della Struttura Circolare, invece, è riemerso un raro sigillo a stampo con una iscrizione geroglifica. Proseguono intanto le ricerche su paesaggio e alimentazione, per ricostruire come ci si spostava e cosa si mangiava sull’altopiano anatolico nel II millennio a.C.
La campagna di scavo 2026: nuove scoperte tra cittadella e città bassa
Per poco più di due mesi, tra l’inizio di maggio e la metà di luglio, l’altopiano è tornato a ospitare la quattordicesima campagna di scavo a Uşaklı Höyük: un appuntamento ormai consolidato per la Missione Archeologica Italiana in Anatolia Centrale, che dal 2013 conduce qui, insieme ai colleghi turchi, un progetto di ricerca condiviso. Il lavoro sul campo si è concentrato, come nelle campagne precedenti, su due settori ormai familiari al team – la città bassa e la sommità del monticolo – da cui sono riemerse nuove testimonianze del Bronzo Tardo e dell’Età del Ferro.
I segni di una cittadella che torna a vivere
Nell’Area K, sulla sommità della cittadella, lo scavo è ripartito quest’anno esattamente da dove si era interrotto: dal saggio esplorativo che, l’anno scorso, aveva raggiunto un deposito di distruzione, attribuito solo in via provvisoria alla media Età del Ferro, un periodo di cui ancora si sa molto poco nella nostra regione.
Proseguendo nello scavo di quello stesso strato bruciato, quest’anno il team ha raggiunto qualcosa di concreto: un muro di notevoli dimensioni, con uno spesso strato d’intonaco completamente bruciato, databile (sulla base di pochi frammenti ceramici trovati in associazione) a quella media Età del Ferro rimasta finora sfuggente. Non è una struttura qualunque: per spessore e fattura è ben diversa dai muretti individuati qualche anno fa sulle pendici dell’Area D, riconducibili a comuni abitazioni. Qui siamo davanti ai resti di un edificio di una certa importanza – coerente, del resto, con quanto ci si aspetterebbe da una cittadella destinata a ospitare edifici di potere.
L’incendio che lo ha distrutto ha lasciato tracce ovunque: nel terreno annerito sopra lo zoccolo in pietra sopravvivono i resti dell’alzato in mattoni crudi, mentre le pietre stesse (alcune tagliate quasi a lastre) portano ancora i segni del calore che, incendiando anche il materiale ligneo della struttura, ne causò il crollo. È presto per avanzare ipotesi più precise, ma se la datazione alla media Età del Ferro fosse confermata dalla prossima campagna, avremmo davanti le prime tracce di un edificio costruito sulla cittadella secoli dopo l’abbandono degli edifici pubblici ittiti.
Un’ipotesi che si intreccerebbe bene con altri indizi già raccolti lungo le pendici del sito (nelle aree C, D ed E) dove un glacis in pietra e i resti di quello che potrebbe essere un muro di cinta raccontano già una fase di riorganizzazione. Se le due storie combaciano, sulla sommità della cittadella di Uşaklı torna una qualche forma di controllo – forse con edifici di rappresentanza, forse una vera e propria cittadella fortificata – proprio nei secoli che, come già emerso dalle indagini degli scorsi anni, avrebbero preparato il terreno al sistema di siti fortificati di epoca frigia, poi persiani e infine galati che strutturò la regione fino al periodo ellenistico.
Nuovi indizi sul rito della Struttura Circolare, e un sigillo d’eccezione
Nella campagna 2025, lo scavo dell’Area F aveva riportato alla luce alcuni muri legati alla Struttura Circolare – l’enigmatico monumento indagato negli anni precedenti – insieme a un ritrovamento di grande rilievo: i resti di alcuni infanti deposti nei suoi pressi, un indizio che aveva riaperto la domanda sulla natura rituale dell’area. Quest’anno lo scavo è proseguito nel settore a occidente della Struttura, in quello che si configura sempre più chiaramente come uno spazio all’aperto: sotto la superficie si sono accumulati nel tempo strati di terreno, cenere, ossa animali e ceramica, testimonianza diretta delle attività che si svolgevano intorno al monumento e sul lastricato adiacente.

Gli accumuli si adagiano su un pendio naturale, preesistente alla costruzione della Struttura e mantenutosi tale per tutto il periodo del suo utilizzo. I terreni, argillosi, mostrano chiazze di colore verdastro, probabile esito del deterioramento di materiale organico, alternate a consistenti strati di cenere. Nell’ultima fase di vita della Struttura Circolare, il pendio ospitava ancora un piano di calpestio con alcuni frammenti ceramici e due punti fuoco dal caratteristico colore biancastro: un dettaglio che la missione intende approfondire il prossimo anno, studiando la composizione dei resti animali associati a questi scarichi per capire se rispecchi il profilo faunistico consueto dei livelli ittiti del sito, oppure presenti qualche anomalia, una specificità che confermerebbe ulteriormente il carattere rituale dell’area.
Dallo stesso spazio proviene anche un consistente scarico di ceramica, fatto di frammenti di dimensioni medio-grandi: una frammentazione limitata, spiegabile con un’esposizione contenuta agli agenti atmosferici e al calpestio, che lascia pensare a un accumulo progressivo, legato ad attività svolte nelle vicinanze. Un dato incoraggiante, che il team spera di sfruttare già dalla prossima campagna per tentare la ricomposizione di alcuni vasi, nell’ipotesi, tutta da verificare, che si tratti proprio di recipienti impiegati nelle attività della Struttura Circolare.
Anche il repertorio ceramico si distingue per qualità. Tra i frammenti spiccano diversi esemplari di una pregiata ceramica lucida rossa (la cosiddetta Red Lustrous Wheelmade Ware, diffusa nel Mediterraneo orientale del Bronzo Tardo), insieme ai resti di altri tre vasi da libagione dalla foggia particolarissima: un braccio, terminante in una mano che regge una coppa. Numerosi anche i frammenti di ceramica a ingobbio bianco e di piatti da fuoco. Cattura l’attenzione, in particolare, un frammento di vaso decorato a rilievo da cui emerge a tutto tondo la testa di un toro (animale legato al dio della tempesta), colta nell’atto di guardare verso l’esterno; ad accompagnarlo, altri frammenti con decorazioni a rilievo, altre impresse e motivi geometrici, che richiamano una tradizione ceramica regionale di età antico-ittita, in alcuni casi poco documentata altrove.
Proprio la presenza di così tanti frammenti antico-ittiti in questo contesto più tardo suggerisce un fenomeno di riuso: pezzi già antichi al tempo della Struttura Circolare, forse raccolti nei dintorni e impiegati come materiale di riempimento, per livellare le irregolarità del terreno, dare consistenza al fango di una superficie, o rinforzare il piano in vista della costruzione di un muro. E una delle ipotesi è che sia servito appunto da base ad un muretto che delimita una piattaforma in pietra, in gran parte oltre il limite meridionale dell’area di scavo. Sarà la prossima campagna di scavo a chiarirne la relazione con la Struttura Circolare.

Ma è un singolo oggetto, emerso proprio da questo spazio a cielo aperto, a custodire la scoperta più suggestiva della stagione. È un sigillo a cupola, in steatite o ematite rossa: una decorazione geometrica ne segna la superficie superiore, mentre un motivo a onda corre lungo il margine della superficie inferiore, incorniciando uno spazio circolare al centro. È lì, in quello spazio, che un tempo qualcuno fece incidere il proprio nome in geroglifico anatolico, un sistema di scrittura in uso tra Anatolia e Siria settentrionale a cavallo tra tarda età del Bronzo ed età del Ferro, impiegato soprattutto per il luvio: lo si ritrova su sigilli e cretule, ma anche su monumenti e rocce, quasi sempre in relazione a un’autorità che amministra o comunica pubblicamente, un uso che fu anche degli Ittiti, nella glittica come nelle grandi iscrizioni. Sigilli di questo tipo sono molto rari e la qualità dell’oggetto ne conferma da sola l’importanza scientifica.
C’è un dettaglio che carica l’oggetto di un significato ulteriore: la superficie dove un tempo era inciso il nome del proprietario risulta abrasa – non per consunzione naturale, ma per un gesto deliberato, mentre la decorazione della cornice che la circonda si è conservata intatta. Qualcuno, in antico, volle cancellare quel nome: un atto che si può leggere come un tentativo di cancellare, insieme al segno, anche la memoria, il ruolo, l’autorità di chi lo portava. Quella cancellazione, però, non è riuscita fino in fondo: lavorando sulle tracce sopravvissute sotto l’abrasione, gli specialisti sono riusciti a recuperare e leggere ciò che quel gesto intendeva far sparire. Cosa riveli il nome ritrovato, e quale storia racconti su chi lo portava, è materia che merita uno spazio a parte, e sarà oggetto di un prossimo contributo.
Nel loro insieme, i dati di quest’anno arricchiscono ulteriormente il quadro della Struttura Circolare come spazio dal probabile carattere rituale: cuore di attività – libagioni, forse banchetti, deposizioni di oggetti – di cui restano solo tracce indirette, ma sempre più fitte. Solo le prossime campagne diranno se questo spazio nasconde ancora altre sorprese.
Le ricerche in corso
Lo scavo, però, è solo il punto di partenza. Ogni seme, osso o frammento di ceramica riportato alla luce a Uşaklı Höyük alimenta filoni di ricerca che il team porta avanti da anni, in collaborazione con altri enti, e che contribuiscono a ricostruire la vita degli abitanti del sito: le attività economiche, il rapporto con il territorio e con le sue risorse, le trasformazioni del paesaggio e le strategie adottate per continuare ad abitare, per millenni, la stessa valle.
Vie e percorsi dell’Anatolia centrale
Un progetto di ricerca congiunto tra l’Università di Pisa, il CNR e l’Università Statale di Milano (finanziato nell’ambito dei Progetti di Rilevante Interesse Nazionale del Ministero dell’Università e della Ricerca), ha ricostruito, un tassello alla volta, come si abitava l’altipiano e ci si spostava nell’Anatolia centrale durante il II millennio a.C. Ogni partner ha portato il proprio tassello: Pisa, i dati emersi dallo scavo di Uşaklı Höyük; l’Istituto per i Beni Archeologici e Monumentali (IBAM) del CNR, insieme al Mediterranean Digital Humanities Lab dell’Istituto di Studi sul Mediterraneo (ISMed), l’organizzazione delle informazioni storico-geografiche e gli strumenti digitali per analizzare la distribuzione degli insediamenti e le reti di comunicazione; la Statale di Milano, gli stessi dati per l’area di Kayseri, così da rendere le due regioni confrontabili tra loro.

Uno dei risultati più importanti riguarda la lunga continuità di occupazione di Uşaklı Höyük e la possibilità di ricostruirne una sequenza archeologica articolata. L’integrazione di dati stratigrafici, ceramici, radiocarbonici e dendrocronologici ha permesso di definire con maggiore precisione le diverse fasi di vita dell’insediamento e di individuare, per ciascun periodo, manufatti e indicatori diagnostici. Questa sequenza costituisce oggi una vera e propria griglia di riferimento per datare e interpretare i materiali provenienti dai siti individuati nelle ricognizioni regionali, contribuendo così a ricostruire l’evoluzione del popolamento nella regione di Yozgat durante il II millennio a.C.
Le fasi più antiche risalgono al periodo dei kārum, quando le colonie commerciali assire, con Kültepe/Kaneš come principale centro, animavano i traffici dell’Anatolia centrale. A Uşaklı, questi livelli hanno restituito anche estesi depositi combusti, riconducibili a un episodio di distruzione che sembra aver interessato un’ampia parte dell’abitato. Con l’affermazione del dominio ittita, il sito cambia scala e organizzazione: la città si articola in un’acropoli e una città bassa, secondo un modello condiviso con i maggiori centri del mondo ittita. Gli edifici monumentali messi in luce testimoniano questa trasformazione, così come lo studio delle materie prime impiegate nella loro costruzione: il granito utilizzato per l’Edificio 2, ad esempio, è stato ricondotto a una zona di approvvigionamento situata circa due chilometri dal sito.
Il progetto ha permesso anche di censire, georeferenziare e inserire in un nuovo database decine di insediamenti datati al II millennio a.C. in tutta la provincia di Yozgat, rivelando un cambiamento nella distribuzione della popolazione nel tempo. Questi dati, uniti allo studio della visibilità del paesaggio (la montagna del Kerkenes Dağ, ad esempio, doveva fungere da punto di orientamento, così come il lontano vulcano dell’Erciyes Dağ) permettono oggi di immaginare Uşaklı come uno snodo strategico lungo le rotte che attraversavano l’Anatolia centrale.
Cosa mangiavano gli abitanti dell’antica città ittita?
Uşaklı Höyük è identificata sempre più probabilmente con l’antica Zippalanda, la città santa del Dio della Tempesta ittita, meta di pellegrinaggio del re e della regina durante le feste di primavera e d’autunno. Ricostruire cosa si mangiava tra le sue mura significa quindi anche capire come funzionava, giorno per giorno, uno dei centri religiosi più importanti dell’impero.
Un secondo filone di ricerca sta incrociando quattro tipi di dati (resti vegetali, ossa animali, ceramica da cucina e installazioni da fuoco) per ricostruire le abitudini alimentari del sito durante il Bronzo Tardo, confrontandole con quelle di qualche secolo prima, quando l’Anatolia centrale era ancora un mosaico di città-stato legate al commercio assiro di Kültepe/Kaneš. Un lavoro spiccatamente interdisciplinare, che mette allo stesso tavolo – è il caso di dirlo – archeologi, archeozoologi, archeobotanici, chimici ed esperti di archeometria e archeologia sperimentale.

Dal 2018, il lavoro sul campo ha già restituito moltissimo: semi, frutti, cereali e legumi; ossa di animali macellati e cotti; frammenti di carbone che permettono di risalire persino alla specie dell’albero o dell’arbusto bruciato; e ancora ceramica da cucina, dalle grandi teglie per il pane alle pentole panciute per zuppe e stufati. Le analisi di laboratorio stanno ora tessendo tutti questi fili in un’unica trama, che promette di restituire un quadro dettagliato di cosa si portava in tavola in una città ittita e, forse, qualcosa in più: se il profilo alimentare che ne emerge si discosterà da quello ricostruito per altri siti contemporanei, quello scarto potrà essere proprio la firma di una città dalla funzione particolare. Una prima parte dei risultati sarà presentata già la prossima settimana, al Kültepe International Meeting di Kayseri, davanti agli specialisti del settore.
Uşaklı Höyük: diciannove anni di ricerche, una storia millenaria che riaffiora
A Uşaklı Höyük il passato riaffiora a strati, ed è un passato tutt’altro che uniforme: nel corso dei millenni l’insediamento ha cambiato più volte forma, il rapporto delle sue comunità con il territorio si è trasformato, e lo stesso paesaggio dell’altopiano anatolico ne porta i segni. Sono gli oggetti d’uso quotidiano riportate alla luce dallo scavo a restituire queste storie: quelle di persone comuni, delle loro scelte pratiche, delle strategie con cui si adattavano a un ambiente naturale e sociale in continuo mutamento. È una conoscenza diversa da quella che arriva dalle grandi architetture, dai testi scritti o dalle vicende dinastiche – più minuta, più concreta – ma non per questo meno preziosa: è quella che permette di leggere la complessità di una società non solo nei documenti che ha scelto di tramandare, ma nei gesti e nelle tracce lasciate, spesso senza volerlo, nella vita di ogni giorno.
Da diciannove anni un’équipe internazionale lavora al sito con un programma di ricerca continuativo, che ha permesso di ricostruire, strato dopo strato, la storia millenaria di Uşaklı Höyük, oggi punto di riferimento imprescindibile per chi studia l’altopiano anatolico centrale.

Tutto è cominciato con le ricognizioni di superficie del 2008-2012, seguite dall’avvio degli scavi sistematici nel 2013. Ne è emersa una sequenza insediativa lunghissima: il sito risulta occupato quasi senza interruzioni dagli ultimi secoli del III millennio a.C. fino al Medioevo, con indizi di una frequentazione ancora più remota, forse calcolitica, e tracce sporadiche di età ottomana.
Tra le scoperte più rilevanti degli ultimi anni figurano alcuni edifici monumentali e un gruppo di tavolette in cuneiforme, che aprono uno spiraglio prezioso sul periodo ittita. È in questa fase storica – quella dell’affermazione degli Ittiti, popolazione di lingua indoeuropea che in breve tempo si impone come una delle grandi potenze del Vicino Oriente e del Mediterraneo orientale – che Uşaklı Höyük restituisce dati fondamentali per capire come la regione fosse organizzata dal punto di vista politico, religioso ed economico.
Sull’acropoli e nel settore orientale della città bassa sono stati scavati due grandi complessi architettonici che dominano l’insediamento. Pianta, collocazione e materiali da costruzione ne sottolineano l’importanza e fanno pensare a funzioni cerimoniali o amministrative di alto livello. Dal 2021 la scoperta della Struttura Circolare in pietra, la cui funzione resta tuttora oggetto di studio e discussione, arricchisce il quadro di un sito dalle caratteristiche non comuni.
I risultati delle nostre ricerche rafforzano un’ipotesi che si va facendo sempre più solida: Uşaklı Höyük sarebbe l’antica Zippalanda, importante città ittita descritta nei testi come sede del culto di un potente Dio della Tempesta, di un santuario e di una residenza reale.
Un progetto di ricerca e cooperazione internazionale
Il progetto italo-turco di Uşaklı Höyük tiene insieme due filoni che si rafforzano a vicenda: una ricerca archeologica di lungo respiro e una fitta rete di cooperazione internazionale, per ricostruire l’evoluzione dell’insediamento e collocarla nel quadro più ampio della storia dell’Anatolia centrale e del mondo ittita. È l’unica missione a guida italiana attiva su un centro ittita nel cuore del “Paese Alto”, centro del regno e poi dell’impero.
Sul campo lavora un’équipe internazionale di archeologi, ricercatori e studenti, il cui coordinamento scientifico fa capo all’Università di Pisa, insieme alle università Bozok di Yozgat, UCL di Londra, Siena e Firenze. Alla campagna di scavo 2026 hanno preso parte, in particolare, archeologi, ricercatori e studenti delle università di Pisa, Siena e Kastamonu, di Bilkent Ankara, del Joukowsky Institute della Brown University e dell’Università della Virginia. Attorno allo scavo ruota poi una rete ancora più ampia di collaborazioni, ciascuna dedicata a una linea di ricerca precisa: l’archeozoologia con la Sapienza di Roma, la paleoantropologia con la Hacettepe di Ankara, l’ittitologia con Firenze, architettura, restauro e archeometria con la Koç di Istanbul, ancora archeometria e geologia con Kastamonu ed Eberhard Karl Tübingen, le analisi chimiche con la Selçuk di Konya. È una collaborazione che vive tutto l’anno, non solo nei mesi di scavo: fatta di incontri, scambio di dati tra i partner, programmazione condivisa della campagna successiva. Non tutti i membri della missione sono presenti sul campo ogni anno, ciascuno arriva nei momenti e per le attività più utili alla propria specializzazione.

Hanno preso parte alla campagna di scavo 2026, sotto la direzione di Anacleto D’Agostino e Valentina Orsi, le dottorande Iolanda Cacozza, Ylenia Viggiano e il dottorando Şakir Karakoç, la dott.ssa Sabina Calderone, i dott. Lorenzo Castellano e Murat Eroğlu; le studentesse e gli studenti magistrali Cristina Napolitano, Gabriele Cambria, José Pedro Alves Cruz, Zehra Yedidal; le studentesse triennali Alessia Gazzoli e Sara Pucci; la restauratrice Nadia Barbi. Il rappresentante sul campo del Ministero della Cultura e del Turismo di Turchia è stato il sig. Necep Becene del Museo di Yozgat.
Il progetto archeologico di Uşaklı Höyük si svolge in virtù di una concessione della Direzione Generale del Patrimonio Culturale e dei Musei del Ministero della Cultura e del Turismo della Repubblica di Turchia, assegnata all’Università di Pisa.
La campagna di scavo 2026 è stata resa possibile grazie al sostegno della Fondazione per l’Oriente Mediterraneo, del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, e dell’Università di Pisa, attraverso il programma ProArcheo 2026.
Un ringraziamento particolare va al Governatorato di Yozgat, all’Ambasciata d’Italia in Turchia e all’Istituto Italiano di Cultura di Istanbul, che anche quest’anno hanno accompagnato il progetto con un sostegno costante e prezioso.
Ah, ma lo scavo finisce anche in libreria, in edicola e in tv…
Diciannove anni di ricerche hanno prodotto una mole di dati confluiti in volumi, articoli scientifici, e generato nuovi progetti di ricerca, e hanno formato gruppi di giovani studiosi, rafforzandone la preparazione. Tutto molto serio, appunto; ma quest’anno il lavoro della missione ha superato i confini che ci si aspettava.
Non era previsto, ad esempio, che l’attenzione riservata al grande pubblico – i post sui social, le comunicazioni regolari sullo stato delle ricerche – potesse avere, come effetto collaterale, quello di colpire l’immaginazione di chi scrive romanzi. E invece: una parte di “Eppure noi due”, il romanzo di Giulia Marziali uscito quest’estate per Einaudi nella collana I Coralli, è ambientata proprio a Uşaklı, tra la casa della missione e le giornate di scavo sul sito. Chissà se qualcuno, tra chi lavora qui, si riconoscerà tra le righe? È naturalmente una storia di finzione, ma ci fa piacere che Uşaklı Höyük sia arrivato anche in libreria, entrando nel novero dei luoghi archeologici capaci di vivere non solo negli studi scientifici, ma anche nell’immaginario narrativo di chi racconta il presente.
E non finisce qui: sul numero di settembre di Archeologia Viva (la prima rivista italiana di divulgazione archeologica) un ampio articolo racconterà al pubblico degli appassionati le ricerche degli ultimi anni a Uşaklı Höyük; a ottobre, le stesse ricerche sbarcano anche sul piccolo schermo: da ottobre, su Arte, il documentario “The Hittites. The Civilization that defied Ramesses”, diretto da C. Robert. Tra i pochi siti scelti per raccontare, per immagini e interviste, l’ascesa e la caduta degli Ittiti c’è anche Uşaklı, a fianco della capitale Hattusa.
Tre segnali diversi, ma che dicono la stessa cosa: che il lavoro fatto per portare gli scavi a Uşaklı Höyük fuori dai circoli accademici (oltre i convegni, oltre le riviste specialistiche) sta dando i suoi frutti. E se questo comunicato è arrivato fin qui, un po’ lo dimostra anche lui.
Info e contatti
Le pagine social del progetto:
Facebook – Uşaklı Höyük Archaeological Project
Instagram – @usakli_hoyuk

